Parlo Italiano...

...E LO SCRIVO, LO LEGGO, LO SMONTO....E LO RIMONTO!

domenica 28 agosto 2011

Chet Baker e Lucca

Immaginatevi di passeggiare sulle mura di Lucca e di passare di fronte alle carceri di San Giorgio, da una cui cella arriva il suono fluido e suadente di una tromba : chi la suona è Chet Baker, un grande del jazz incarcerato in seguito a una condanna per uso di droga. E' quanto avveniva tra il 1960 il 1961, quando Chet Baker risiedette a Lucca (occupò per lungo tempo la camera n. 15 dell'Hotel Universo) e animò con la sua grande musica e la sua irrequietezza la vita della città e dei locali versiliesi, la Bussola e il Bussolotto, dove i suoi fan lo seguivano in entusiasmanti jam sessions.

Riguardo all'episodio che lo fece condannare alla prigione, la notizia è che fu trovato dalla polizia in una stazione di servizio a San Concordio, ferito e sanguinante nel tentativo di farsi un'iniezione di stupefacente. Nel clamoroso processo che ne seguì Chet Baker fu infine condannato a 16 mesi di reclusione. Si dice che quando entrò in prigione, la guardia chiese se potesse portare con sé il suo strumento, e il superiore lo concesse perché “non era permesso, ma neanche proibito”. Quando uscì di prigione il 15 dicembre 1961, ebbe la sorpresa di essere invitato come ospite d'onore a un concerto jazz organizzato dal contrabbassista Giovanni Tommaso con il suo quartetto al Teatro del Giglio.

Sulla vita di Chet Baker a Lucca e sui suoi guai con la giustizia, in questi giorni è uscito un libro molto interessante, a metà tra cronaca e narrazione, scritto da Domenico Manzione, ex procuratore generale della Repubblica a Lucca, e che si intitola “Il mio amico Chet” (Storia un po' vera un po' no del processo a Chet Baker), edito da Maria Pacini Fazzi Editore.



Imagine to be walking on the city walls and passing the precinct of San Giorgio city prison, while the enticing soft sound of a trumpet catches your ears : its player is Chet Baker, a jazz great, jailed after a sentence for use of drugs.

This is what happened back in the years 1960-1961, when Chet Baker lived in Lucca (he occupied the room # 15 at the Hotel Universo for a long period) and with his great music and his restlessness animated the city life and the clubs in Versilia like la Bussola and il Bussolotto, where his fans followed him playing in exciting jam sessions.

As to the fact which brought to his arrest and imprisonment, he was found by police in a gas station in San Concordio, wounded and bleeding as he tried to inject himself with a dose. With the sensational trial that followed, Chet Baker was eventually condemned to 16 months' jail. They say that when he entered the prison, the guard was not sure whether he could allow him to bring his trumpet in his cell, but his superior did it, as “it was not permitted, but not even forbidden....” When he went out of prison on December 15, 1961, he received the surprise to be the guest of honour at a jazz concert organised by double bass player Giovanni Tommaso and his quartet at the Teatro del Giglio.

On Chet Baker's life in Lucca and his legal troubles, a book has just been published by Maria Pacini Fazzi Editore: it is an interesting work, mingling facts and fiction, written by Domenico Manzione, former Deputy Chief Prosecutor in Lucca, and entitled “Il mio amico Chet” (Storia un po' vera un po' no del processo a Chet Baker)” - “My friend Chet (Part real and part fictitious story of Chet Baker's trial)



martedì 23 agosto 2011

Giuseppe Giusti scrive a Dante Alighieri


Andando a Montecatini Alto, non si può non notare l'attaccamento di quel borgo al poeta Giuseppe Giusti (1809-1850), che vi risiedette nella casa vicino alla chiesa, e a cui è dedicata la piazza principale. Per curiosità sono andato a cercare le opere del Giusti, vissuto nella prima metà dell'ottocento: si tratta di poesie dal carattere piacevole, a volte pungente, a volte malinconico, con argomento la vita nella provincia toscana nei suoi vari aspetti - l'amore, la religione, i rapporti sociali, la politica....
E ne ho trovata una che mi è particolarmente piaciuta : è un sonetto di argomento politico dedicato a Dante, il sommo poeta. Il Giusti fa un paragone tra la situazione dell'Italia del 1848, e quella di Firenze nel Trecento, quando Dante fu costretto all'esilio per le sue idee.

A DANTE

Allor che ti cacciò la parte Nera
Coll'inganno d'un Papa e d'un Francese
Per giunta al duro esiglio, il tuo paese
Ti diè d'anima ladra e barattiera:
E ciò perché la mente alta e severa
con Giuda a patteggiar non condiscese
Così le colpe sue torce in offese
Chi ripara di Giuda alla bandiera
E vili adesso e traditori ed empi
ci chiaman gli empi i vili i traditori,
Ruttando sé devoti ai vecchi esempi.
Ma tu consoli noi, tanto minori
A te d'affanni e di liberi tempi,
Di cuor, d'ingegno, e di persecutori.

When we go to Montecatini Alto, we can easily notice the attachment of that hamlet to the poet Giuseppe Giusti (1809-1850), who lived there in a house near the church and to whom the main square is dedicated. Out of curiosity I glanced through a book of Giusti's works: they are agreeable poems, sometimes pungent, sometimes melancholic, dealing with the life in the Tuscan province in its various aspects - love, religion, social relationships, politics.......
And I found one, which I liked very much : it's a sonnet with a political meaning dedicated to Dante, the greatest Poet, as it compares the situation in Italy in 1848 to that of Florence in 1300, when Dante was forced to be exiled for his convictions.

TO DANTE

When the Black party threw you out
By the deception of a Pope and a Frenchman
In addition to hard exile, your country
named your soul thief and swindler
Because your high and austere mind
Did not accept a pact with Judas
So those who turn their wrongs to offence
They take shelter under Judas' flag
And wicked, craven and traitors
The wicked, the craven, the traitors call us
Burping their devotion to the old models
But you comfort us, so lesser than you
in worries and in freedom,
in heart, in mind, and persecutors.

domenica 21 agosto 2011

Amerigo (L'emigrazione italiana)

Per ritornare al tema dell'emigrazione, vorrei proporre questa ballata di Francesco Guccini dedicata al fratello di suo nonno, Amerigo, che emigrò in America nel secolo scorso e ritornò a casa dopo qualche anno senza aver fatto molta fortuna, ma consumato dal duro lavoro.
E' una visione dell'America a due facce, una del prozio che la vede come una speranza di sopravvivenza e poi quella del giovane nipote per il quale l'America è un mito intellettuale e una fonte di nuova cultura.
La traduzione è stata piuttosto difficile, perché il testo italiano non ha una sintassi lineare, ma offre una serie di immagini, che spero di avervi reso più comprensibili.
Nel mezzo un video con l'esecuzione dal vivo della ballata da parte dell'autore

To get back to the subject of emigration, I would like to propose this ballad of Francesco Guccini, dedicated to his grandfather's brother Amerigo, who emigrated to America in the past century and returned home after some years without much success, yet worn out by hard work.
It is a vision of America from two different perspectives, for the great-uncle the hope and the survival, for the young nephew an intellectual myth and the source for a new culture.
The translation was particularly hard , because the Italian text has no straight syntax, but offers a series of images, which I hope I have rendered decently.
Between the Italian text and the English translation, a video with a live performance of the ballad by the author.



Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde,
qualcuno si era alzato per preparargli in fretta un caffè d' orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d' uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.

Quand' io l' ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio
o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola.
Colpiva il cranio raso e un misterioso e strano suo apparecchio,
un cinto d' ernia che sembrava una fondina per la pistola.

Ma quel mattino aveva il viso dei vent' anni senza rughe
e rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo,
parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe
E per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: "il fatalismo".

Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre
e per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina
e già sentiva in faccia l' odore d' olio e mare che fa Le Havre,
e già sentiva in bocca l' odore della polvere della mina.

L' America era allora, per me i G.I. di Roosevelt, la quinta armata,
l' America era Atlantide, l' America era il cuore, era il destino,
l' America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata,
l' America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.

L' America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,
e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino,
dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello
e Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell' Appennino,
l' inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello.

E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera,
per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri,
di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera,
sudore d' antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri.

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita,
l' America era un angolo, l' America era un' ombra, nebbia sottile,
l' America era un' ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita,
e dire boss per capo e ton per tonnellata, "raif" per fucile.

Quand' io l' ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio,
sprezzante come i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo
e non capivo che quell' uomo era il mio volto, era il mio specchio
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo....





Probably he went out and shut the green door behind him
Someone had got up to prepare hastily a “barley coffee” for him
I don't know if he ever looked back, he was not the kind of man
losing himself in nostalgia like the rich, so he went his way with no effort

When I knew him or just start to remember him, he was already an old man
or so he looked like to my eyes but at that time I did not go to school yet
I was impressed by his bald head and by a mysterious and strange device he bore
a hernia truss resembling a pistol holster

But that morning he had the face of his twenties with no wrinkles
a frenzy for adventure and vague
still ideas of socialism hard words for his father while he left behind a tradition of hunger and escape and for his work, that which breaks and kills, fatalism

But that morning he had a new feeling for home and mother
and to drive it out he had swallowed the first wine of a cellar
his face already felt the smell of oil and sea of Le Havre
and his mouth already felt the smell of the powder of the mine

To me, America, was then Roosevelt’s G.I.’s, the Fifth Army
America was Atlantis, the heart and the destiny
America was Life, smiles and white teeth on coated paper
America was the mysterious dreamy world of Donald Duck

To me America was then a sweet province, a world of peace
lost paradise, subtle melancholy, slow neurosis
Gunga Din and Ringo, the heroes of Casablanca and Fort Apache
A dream along the constant obsessive sound of the Limentra

I can't imagine how he perceived it when the ship offered him the close sight of New York
A wood of skyscrapers, city of feces and streets, of shouts, a castle!
And Pavana just a memory left by the chestnut trees of the Appennine
English a strange sound wounding his heart like a knife

And then it was work and blood and toil from morning to night
For years like prison, with beer and whores, and hard days
Negroes, Irish, Poles and Italians in the mine
Anthracite sweat in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri

He returned like many others, two penny and his youth gone
America was a corner, America was a shadow, fine haze
America was a hernia, one of the many tricks of life
Like saying boss for capo, ton for tonnellata, rifle for fucile

When I knew him or just start to remember him he was already old
haughtily like the young, I slided alongside without grasping him
And I did not understand that that man was my face, my mirror
Until the time, regardless of the ways of the world, when I will meet him again.


martedì 9 agosto 2011

X agosto - Giovanni Pascoli

Domani è il 10 Agosto, la notte di San Lorenzo - in questa notte si può vedere uno dei tanti spettacoli della natura,le stelle cadenti, e possiamo esprimere un desiderio per ogni stella che abbiamo la fortuna di scorgere... ma "X Agosto" è anche il titolo di una malinconica ma dolcissima poesia di Giovanni Pascoli, grande poeta decadente italiano che ha vissuto anche nella nostra provincia. Ecco la poesia, recitata da Alberto Lupo (dalla voce indimenticabile, un importante attore di teatro, scomparso qualche anno fa) e con il sottofondo del Coro Muto tratto da Madame Butterfly di Puccini...Insomma,una straordinaria combinazione di forme d'arte differenti(poesia, musica, recitazione). E domani sera tutti a scrutare il cielo!!



Questo è il testo della poesia:

X Agosto (di G.Pascoli)
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!