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domenica 21 agosto 2011

Amerigo (L'emigrazione italiana)

Per ritornare al tema dell'emigrazione, vorrei proporre questa ballata di Francesco Guccini dedicata al fratello di suo nonno, Amerigo, che emigrò in America nel secolo scorso e ritornò a casa dopo qualche anno senza aver fatto molta fortuna, ma consumato dal duro lavoro.
E' una visione dell'America a due facce, una del prozio che la vede come una speranza di sopravvivenza e poi quella del giovane nipote per il quale l'America è un mito intellettuale e una fonte di nuova cultura.
La traduzione è stata piuttosto difficile, perché il testo italiano non ha una sintassi lineare, ma offre una serie di immagini, che spero di avervi reso più comprensibili.
Nel mezzo un video con l'esecuzione dal vivo della ballata da parte dell'autore

To get back to the subject of emigration, I would like to propose this ballad of Francesco Guccini, dedicated to his grandfather's brother Amerigo, who emigrated to America in the past century and returned home after some years without much success, yet worn out by hard work.
It is a vision of America from two different perspectives, for the great-uncle the hope and the survival, for the young nephew an intellectual myth and the source for a new culture.
The translation was particularly hard , because the Italian text has no straight syntax, but offers a series of images, which I hope I have rendered decently.
Between the Italian text and the English translation, a video with a live performance of the ballad by the author.



Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde,
qualcuno si era alzato per preparargli in fretta un caffè d' orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d' uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.

Quand' io l' ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio
o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola.
Colpiva il cranio raso e un misterioso e strano suo apparecchio,
un cinto d' ernia che sembrava una fondina per la pistola.

Ma quel mattino aveva il viso dei vent' anni senza rughe
e rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo,
parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe
E per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: "il fatalismo".

Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre
e per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina
e già sentiva in faccia l' odore d' olio e mare che fa Le Havre,
e già sentiva in bocca l' odore della polvere della mina.

L' America era allora, per me i G.I. di Roosevelt, la quinta armata,
l' America era Atlantide, l' America era il cuore, era il destino,
l' America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata,
l' America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.

L' America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,
e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino,
dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello
e Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell' Appennino,
l' inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello.

E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera,
per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri,
di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera,
sudore d' antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri.

Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita,
l' America era un angolo, l' America era un' ombra, nebbia sottile,
l' America era un' ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita,
e dire boss per capo e ton per tonnellata, "raif" per fucile.

Quand' io l' ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio,
sprezzante come i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo
e non capivo che quell' uomo era il mio volto, era il mio specchio
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo....





Probably he went out and shut the green door behind him
Someone had got up to prepare hastily a “barley coffee” for him
I don't know if he ever looked back, he was not the kind of man
losing himself in nostalgia like the rich, so he went his way with no effort

When I knew him or just start to remember him, he was already an old man
or so he looked like to my eyes but at that time I did not go to school yet
I was impressed by his bald head and by a mysterious and strange device he bore
a hernia truss resembling a pistol holster

But that morning he had the face of his twenties with no wrinkles
a frenzy for adventure and vague
still ideas of socialism hard words for his father while he left behind a tradition of hunger and escape and for his work, that which breaks and kills, fatalism

But that morning he had a new feeling for home and mother
and to drive it out he had swallowed the first wine of a cellar
his face already felt the smell of oil and sea of Le Havre
and his mouth already felt the smell of the powder of the mine

To me, America, was then Roosevelt’s G.I.’s, the Fifth Army
America was Atlantis, the heart and the destiny
America was Life, smiles and white teeth on coated paper
America was the mysterious dreamy world of Donald Duck

To me America was then a sweet province, a world of peace
lost paradise, subtle melancholy, slow neurosis
Gunga Din and Ringo, the heroes of Casablanca and Fort Apache
A dream along the constant obsessive sound of the Limentra

I can't imagine how he perceived it when the ship offered him the close sight of New York
A wood of skyscrapers, city of feces and streets, of shouts, a castle!
And Pavana just a memory left by the chestnut trees of the Appennine
English a strange sound wounding his heart like a knife

And then it was work and blood and toil from morning to night
For years like prison, with beer and whores, and hard days
Negroes, Irish, Poles and Italians in the mine
Anthracite sweat in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri

He returned like many others, two penny and his youth gone
America was a corner, America was a shadow, fine haze
America was a hernia, one of the many tricks of life
Like saying boss for capo, ton for tonnellata, rifle for fucile

When I knew him or just start to remember him he was already old
haughtily like the young, I slided alongside without grasping him
And I did not understand that that man was my face, my mirror
Until the time, regardless of the ways of the world, when I will meet him again.


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